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Storia
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Rassegna di lettere significative
La vus del popul lumbard
Tratta da "Lombardia Autonomista", settembre 1986
Ho visto per la prima volta i vostri manifesti in piazza Duca dAosta
(Stazione Centrale) e ho deciso di scrivervi.
Ero stato favorevolmente colpito dalla fondazione della Liga Veneta e mi ero
chiesto perché non si facesse qualcosa di simile anche qui da noi. Come
avrete notato dal mio cognome, mio padre non era milanese; io sono però
nato a Milano da madre milanese, ho 23 anni e mi sento milanese come chi lo
è da sette generazioni.
Vi scrivo per i seguenti motivi:
1) Lavoro in nero mentre migliaia di meridionali nella mia città "lavorano"
nel pubblico impiego grazie a mafia e raccomandazioni dei loro paesani.
2) Mi girano le scatole nel sapere che nel sud la gente ha indennità
di disoccupazione (non le 1.500 lire al giorno che danno qui a chi ha lavorato
per almeno due anni consecutivi per la stessa azienda); pensioni di invalidità
a profusione (basta avere un dente cariato e a 40 anni si va in pensione), ecc...
tutto questo e altro ancora grazie alla Cassa del Mezzogiorno. Mi domando: perché
non esiste una Cassa del Settentrione, o meglio ancora una Cassa Nazionale,
che faccia gli interessi di tutti? Riguardo poi alla legge sul condono, il vostro
manifesto chiede ciò che mi sono chiesto anchio: si può
dire che la legge è uguale per tutti ma che non tutti sono uguali per
la legge...
3) E pericoloso andare in certe zone di Milano di sera perché
"loro" dettano legge: teppisti, mafiosi, scippatori, drogati... quanti,
fra di loro, i Milanesi?
4) Sono stufo e disgustato di sentirmi dire che i settentrionali sono razzisti
nei confronti dei meridionali e mai viceversa. Loro qui fanno quello che vogliono:
hanno il lavoro, la casa, fanno i cafoni con le donne di qui (a proposito, cosa
succede se un Milanese fa il cascamorto con una Siciliana? Arriva tutta la famiglia
con coltelli e lupare...).
5) (e con questo concludo). Sono fiero ed orgoglioso di essere Milanese e per
questo vengo chiamato razzista. Usando questo ragionamento nei loro confronti
mi viene da pensare che chiunque dica NAPOLI è BELLO, NEGRO è
BELLO, ARABO è BELLO, non è che uno sporco razzista . io credo
che siamo di fronte ad un razzismo alla rovescia: la tradizione vuole che chi
ha la pelle chiara e/o viene dal nord è razzista nei confronti di chi
ha la pelle scura e/o viene dal sud, MAI viceversa.
Accludo a questa mia due francobolli e il mio indirizzo completo e Vi chiedo
gentilmente di farmi sapere di più sulla Lega Lombarda e se Vi presenterete
in future lezioni, magari, perché no, come Lega Settentrionale insieme
a Veneti e Piemontesi (in ogni caso avete già il mio voto).
E. L. - Milano
Tratta da "Lombardia Autonomista", settembre 1986
Ho avuto occasione, verso la fine di agosto, di leggere su LEco di Bergamo
un panegirico del maresciallo dei carabinieri di SantOmobono Imagna che
ha lasciato la nostra valle per altra destinazione. Erano veramente troppi i
meriti attribuiti al tutore dellordine pubblico - è stata persino
messa in evidenza la sua "lontananza da casa", come se fossimo stati
noi Valdimagnini a chiamarlo quassù, e che egli ha fatto "tutto
il suo dovere", come se non fosse tenuto a farlo - e perché sono
stati presentati come meriti dei carabinieri quelli che invece sono veri e propri
valori della nostra gente.
Che la Valle Imagna sia una valle tranquilla è un merito di noi Valdimagnini
che pensiamo soprattutto a lavorare e che non sappiamo che cosa sia il parassitismo.
Che qui non ci sia criminalità è un altro frutto di questa terra
dove le tradizioni morali e la cultura autentica hanno portato avanti e fatto
progredire aspetti di vita moderna senza farsi coinvolgere da una degenerazione
di valori che è stata tutta importata. I nostri giovani - o almeno la
maggior parte di loro - che devono alzarsi ogni mattina alle cinque per andare
a lavorare in tutta la Lombardia e che ogni sera tornano al paese, non hanno
il tempo per inventare crimini. Lassenza di criminalità è
quindi dovuta a ben altre ragioni che la vigilanza e la repressione che sono
poi le stesse che si oppongono qui da noi al dilagare rapido del fenomeno della
droga.
Il fatto di esaltare laspetto che in Val Imagna "mancano le grandi
industrie" - e quindi il "miele" che attira la malavita da fuori
- è addirittura ridicolo e insultante. I governi che si sono succeduti
in Italia dalla Guerra in poi, non si sono mai curati di creare posti di lavoro
per la nostra valle. Tutti sanno che è terra di emigrazione e i giornali
locali fanno quasi una gloria bergamasca di questa nostra condanna a emigrare.
Laffermare poi che il benessere cresce qui da noi è una stupidaggine
bella e buona. Il vero benessere esiste solo quando un uomo può lavorare
nel paese in cui è nato, vicino ai sui familiari, senza dover fare il
pendolare giornaliero o lemigrante stagionale o quotidiano. Il resto sono
astruserie o invenzioni di comodo dei politicanti di Roma - e dei loro tirapiedi
- che non sanno come giustificare altrimenti il loro fallimento e le loro aspirazioni
al potere.
La nostra gente non rinuncerà a ricercare il vero benessere, almeno
fino a quando esisteranno i valori di onestà, di moralità, di
laboriosità che hanno caratterizzato nei secoli il carattere e lanimo
dei Valdimagnini. Onestà, moralità laboriosità che non
sono certo i carabinieri - qualunque sia la loro provenienza o la loro figura
- a tenere vive. Ma che sono valori in cui la nostra gente crede ancora e secondo
i quali essa continua a operare e a lavorare.
Un Valdimagnino - G. L.
Tratta da "Lombardia Autonomista", dicembre 1986
Lustrissim Direttor,
second mì (54 ann, pensionaa, nassuu a Biegrass), te ghe vet tropp adoss
ai teroni. Te esageret on po.
Sì, dacord, hinn quell che hinn, on po per colpa soa de
lor ma, tanto, per colpa de tanti alter delinquent che j hann sfruttaa e minga
domà quei de la soa razza.
Quand sè ignorant, non semper lè perché sè
voruu restà ignorant ma, gran colpa, lè de quei chhann
poduu tegnitt ignorant.
E alora, perché ciapàsela inscì tanto cont i pover teroni.
Quei chhinn chì, lè perché hinn scappaa dal
sò paes. Hann cercaa dandà a stà mèj e questa,
second ti, lè forsi da condannà? Pruva mèttes in
di sò pagn. Mhann portaa via l post? Ma nanca per sogn. Hann
troaa quel che numm èmm lassaa indree o èmm voruu lassagh. Lè
gent brutta? Sèmm dacord. Lignoranza la fà minga diventà
bèi. Ma fra cinquantann o sarann diventaa lombard anca lor, col
nostraiutt sintend, opur sarèmm staa trasformaa in ona tribù
in estinzion, come i indian dAmerica. I politich? Ma chi lè
che j ha votà: numm!
E, alora, ciapèmosela con numm e basta!
Se i veri Italian ghavesser verament verament la voeuja de stravaccà
i robb, batariss che ciapàssen trenta Valdostan o altrettant Altatesìtt
de mett al post de qui noeuvcent e passa onoreul che ghè a Montecitori.
Vacca, se i robb i cambiarissen!
Lega Lombarda, sì, me sta ben. Ma varda che ghèmm in gir
di omen nostran che hinn pesg di teroni.
Te saludi e fa l brao.
LAlberton - Rho (MI)
Tratta da "Il giornale", 1988
Non avevo ancora dodici anni che un giorno me ne uscii in famiglia con il termine
"terroni" riferito a un gruppo di immigrati da poco venuti ad abitare
vicino a casa nostra. Mi presi un ceffone, uno dei pochissimi. Poi, a bocce
ferme, mio padre che era dotto, o così almeno a me appariva, mi tenne
una lezione socio-storica sul Meridione dItalia, sulle difficoltà
dintegrazione per alcuni usi e costumi differenti e soprattutto sullimbecillità
dellepiteto. Crebbi nello spirito di quella lezione e non ne ebbi mai
a rammaricarmene. Oggi insegno in una scuola dellhinterland bresciano,
un gran numero di miei colleghi, forse la maggioranza, proviene da regioni del
Sud, molti sono siciliani, preside compreso. Da essi ho imparato ad essere più
diplomatico, più possibilista. Ho appreso anche lessenza intima,
quasi filosofica, della raccomandazione, del favore, dello sgarro. Poi un giorno
ho avuto un battibecco con il preside per futili motivi e mi sono accorto che
il mio processo dintegrazione era lungi dallessere completo, anzi,
forse era solo ai primissimi stadi. Me ne sono rammaricato: tanto lavoro per
nulla.
Da quel giorno però uno strano e stupido sogno continua a rincorrermi:
mi vedo allinterno di un recinto fatto di una bassa rete metallica e di
un cancello sempre semiaperto. Sono lì con i miei figli, ma non faccio
alcunché. Resto immobile in trepida attesa di una stanca Land Rover targata
Roma che con scarsa diligenza mi scarica davanti una cesta di pane.
Oddio sono in una riserva!
F. T. - Brescia
Tratta da "L'Indipendente",
Caro Indipendente, ti racconto questa storia uguale a tante. Nel dopoguerra,
due ragazzi che non si conoscevano, Domenico e Giuseppe, quasi trentenni, tornati
a casa dopo sei, sette anni di militare, nei loro rispettivi paesini della Bassa
Bresciana, trovarono la miseria ancor più nera di come lavevano
lasciata. Trovarono anche le loro due morose, Giuseppina e Caterina. Una lavorava
nei campi, laltra ricamava corredi. Tanta voglia di metter su famiglia
e, poveri in canna, nellottobre del 46 si sposarono. Da queste due
unioni siamo nati io e mio marito, oltre ad altri figli. Le nostre due famiglie
erano come tante. Si viveva in una stanza, poca legna per riscaldarsi e sul
letto dei miei genitori non cera la coperta, ma sacchi vuoti, quelli di
iuta, che mio padre usava per portare la farina in città. Sono partiti
così, uno facchino, laltro bracciante agricolo. Li abbiamo visti
i nostri genitori lavorare tanto, tanto e tanto. Senza mai lamentarsi, hanno
saputo tra mille difficoltà darci una vita dignitosa, senza chiedere
nulla a nessuno, contando solo sulle proprie braccia. Questi nostri veci da
bambini non portavano neanche le mutande, solo un camicione e un paio di trocoi
ai piedi, la polenta al centro del tavolo e le castagne a santa Lucia. E quella
fame mai saziata... Per dare lidea, quelli del film "LAlbero
degli zoccoli" in confronto erano dei benestanti, perché avevano
il maiale da mangiare dinverno. A noi ci hanno dato la frutta e in seguito
anche il dolce. I nostri e gli altri di buona volontà hanno avuto la
forza e la capacità di creare questa Lombardia produttiva e noi figli
abbiamo fatto tesoro del loro esempio. Abbiamo iniziato a lavorare a tredici
e quindici anni, ora siamo artigiani e commercianti. Per intenderci, quel ceto
medio lombardo che lavora sei mesi lanno per pagare i ladri della politica,
i burocrati e gli assistiti del Meridione. Nelle valli e nelle campagne bresciane
cera povertà e anche analfabetismo, ma lo dobbiamo alla nostra
gente se ora la Lombardia da sé è la regione più ricca
dEuropa. Ho raccontato questo perché non accetto che una parte
dItalia e i suoi rappresentanti politici e televisivi, dopo averci spremuto
per mezzo secolo, ci definiscano egoisti. Non accetto che i vari Santoro, Costanzo,
Sgarbi e Liguori deridano la mia gente, i miei montagni. Certo la loro parlata
è dura come le loro mani, non sono televisivi e non sanno suonare il
mandolino. Non hanno la filosofia del tiriamo a campà, e molto spesso
non hanno saputo godere delle sottigliezze intellettuali della vita. I miei
suoceri non sono andati sotto il Comune con i sei figli perché non avevano
la casa, la casa se la sono fatta e giustamente adesso sentono come un sopruso
la tassa sulla casetta tirata su con la paga da bracciante. I buchi nei muri
delle loro cascine nn sono stati esposti in tivù per ispirare compassione
alle anime pie, i loro buchi se li sono tappati. Questi anziani pensionati sono
i primi che tifano per la libertà del Nord. Sono stufi di vedere i loro
figli taglieggiati da uno Stato assistenzialista, sono stufi di vedere i "posti"
che contano occupati dai soliti meridionali e quando assistono a certe trasmissioni
televisive dove lillegalità del Sud viene giustificata dalle presunte
necessità sincazzano e come!
E anche per riconoscenza a questa nostra gente, alla mia terra, che ho
sentito il dovere dimpegnarmi per un Nord libero.
L. P. - Capriano del Colle (BS)
Tratta da "L'Indipendente",
Egregio direttore, lei, purtroppo, dirige un giornale anziché dirigere
una emittente tv. Dico purtroppo perché si sarà reso conto che
o la tv lultimo veicolo che diffonde la "verità assoluta"
nella testa della gente.
Una volta per convincere qualcuno, quale argomento ultimo, si diceva "è
scritto sul giornale". Oggi si dice "lho visto in tv" o,
peggio, "lha detto la tv". Dogma!
Ma la tv può pure mettere in guardia sul pericolo del monopolio della
informazione. Un grande regista degli anni 60, John Frankenheimer, ha
prodotto un film dl titolo "Sette giorni a maggio". Largomento
è come un gruppo di destra dellesercito Usa tenta di instaurare
una dittatura clonando le reti tv che il giorno X di maggio avrebbero sostituito
quelle vere senza che il pubblico si accorgesse di nulla e lavorando sul condizionamento
delle menti ottenere che le masse implorino un governo "forte", spianando
la strada allUomo del Destino.
Nella nostra nazione non siamo lontani da quello che fu presentato allora come
fantapolitica.
Purtroppo il film non è reperibile in videocassetta e tanto meno, data
la situazione politica attuale, pensabile che la Rai lo trasmetta (lo aveva
fatto negli anni 70).
Può lei intervenire presso qualche emittente minore e chiedere sia trasmesso?
Forse aprirebbe la mente ad alcuni televidenti, invitandoli a conservare il
preziosissimo seme del dubbio.
M. C. - Saronno (VA)
Tratta da "L'Indipendente",
Dalletà di 25 anni, cioè dal 1982, anno del mio matrimonio,
il sottoscritto, per motivi di igiene morale, dopo una democratica consultazione
familiare, ha deliberato di non volere "tra i piedi" alcun apparecchio
tv, e questa scelta è diventata una realtà che si protrae dal
giorno della sana decisione. Il risultato di questo digiuno è stato positivo,
in quanto io, mia moglie e i nostri due bambini, rispettivamente di 9 e 8 anni,
abbiamo avuto modo di conoscerci più a fondo e di riscoprire alcuni valori
veri della vita. Nel frattempo mi sono tenuto informato e aggiornato dellandare
del mondo con la lettura de Il Giornale di Montanelli; da quando però
è uscito LIndipendente non ho perso un numero, anzi le dirò
che il lunedì è il giorno più lungo della settimana.
E. D. - Varenna (CO)
Tratta da "L'Indipendente",
Egr. sig. direttore, negli ultimi giorni si sente un coro di sì allunità
del Paese. Nelle scuole elementari si è ripreso a cantare "Fratelli
dItalia". Cè però qualcosa da cambiare. Oltre
alle reminiscenze storiche antiche come "lelmo di Scipio" ce
nè uno che inneggia alla schiavitù "schiava di Roma
Iddio la creò". Insegnare ciò anche se in senso figurato
ai bambini è a mio avviso uninfamia. Dio non crea schiavi ma la
prepotenza del potere sì.
G. S. - Maerne (VA)
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