SULLA LEGGE COMUNALE E PROVINCIALE
Di Carlo Cattaneo, tratto da Scritti politici ed epistolario. vol III, pp. 74-97. |
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Nelle
altre due lettere venne dimostrato a sufficienza, per chiunque si appaghi
dei vero, che l'azione comunale nell'antico Stato di Milano, fin dalla metà
dello scorso secolo, fu senza paragone più libera e più liberamente
diffusa che ora non sia. E
pertanto io stimo dovere dei legislatori non solo di restituire
nell'antico diritto i comuni di Lombardia, ma di far partecipi di quel
beneficio gli altri comuni tutti, affinché l'Austria non abbia ragione di
dire al mondo che, oggidì stesso, Mantova e Venezia sono governate più
liberamente del regno d'Italia! E' troppa vergogna! Dall'onore
torniamo agli interessi. Si
leggeva, or son pochi giorni, in un rispettabil giornale di Sicilia che
colà « si percorrono dieci. venti e financo trenta miglia, senza
imbattersi in un villaggio, in una casa! ». Or io dico che se dimani, in
quella solitudine o in altre le quali fossero pur meno vaste, i possessori
si accordassero di trasferirvi le abitazioni dei loro coloni, fin qui
aggregate ad una od Atra di quelle comuni aventi la popolazione media di
6681 abitanti e tanto fra loro discoste, essi farebbero pei poveri
agricoltori un risparmio grande di tempo e di vane fatiche e di stenti,
procacciando utile a se medesimi e alla nazione, e dando alla fertile
isola un incremento grande di sicurezza e di amenità. lo credo che i
legislatori non vi si potrebbero opporre per superstiziosa fede che
avessero in un fantastico minimo di popolazione. Non so perché a quelle
genti venute, come già nelle primavere sacre dei loro antichi, ad
accasarsi finalmente dopo tanti secoli in mezzo ai loro campi, si potrebbe
impugnate il diritto di satisfarvi immantinente a tutte quelle convenienze
che la vita vicinale richiede. Non credo perché si potrebbe vietar loro
d'aver un campo, ove seppellire i loro morti; una scuola. ove i loro
figliuoli imparassero l'alfabeto senza dover fare ogni dì molte miglia di
andata e ritorno; un ponte, al più prossimo guado del torrente; un
magistrato di loro elezione, che vigilasse a questa ed altre cose per bene
di tutti. E’ ciò ch'io credo doversi chiamare diritti di vicinato: e
dedursi logicamente dai diritti di famiglia, ed essere una forma e un
componimento di questi. Perloché la legge non li
deve avversare e turbare, ma li deve riconoscere e proteggere. E poiché
lo Statuto riservò alla legge le circoscrizioni comunali essa deve
tracciarle nel senso della maggior libertà naturale e della maggior
convenienza economica; e non di volta in volta. e per grazioso favore di
prefetti e viceprefetti; ma in massima e una volta per tutte, come i nostri antichi ci hanno insegnato a fare le leggi: Privilegia
ne irroganto. Perocché chiunque iniziasse siffatte benefiche
intraprese, dovrebbe avere un fondamento di legge, senza dover comperare
un precario a patti servili. La nuova Italia dev'essere bella, feconda,
magnanima. Dico inoltre che se
codesto vicinato in seno alla solitudine fosse a principio pur di poche
famiglie, sarebbe già nel suo diritto. E dovrebbe fin d'ora potersi
sciogliere dalla municipalità primitiva, la cui giurisdizione, quasi
ombra nociva, stende sulle ubertose campagne il silenzio e lo squallore. E
per non legare il ragionamento ad ampiezze eccezionali ed estreme, mi
riferirò a quegli spazii che devono per necessità restar disabitati in
una od altra parte d'una superficie la cui misura media per ogni comune in
Sicilia è di settantatrè chilometri quadri, o miglia quadre ventuna!
Epperò se in molti comuni può essere minore di questa media in altri
debb'essere assai maggiore! Che se qualche cosa è
forza concedere a coloro che hanno lo strano istinto di legar più che mai
le mani alla nazione, il buon senso vorrebbe che si prescrivesse ad ogni
comune d'aver piuttosto una data misura di superficie che un dato numero
d'abitanti. Infatti se le famiglie
hanno più d'una mezz'ora o di un'ora di cammino dalle case alla scuola,
alla levatrice. al mortorio o a qualunque altra parte di necessario
servizio vicinale. questo si rende sempre difficile, sovente
impraticabile; il concetto del comune svanisce; e chi deve contribuire
alle sue spese, è frodato. Dico che se una famiglia vien costretta a
pagare per una scuola lontana, alla quale non può mandare i suoi figli,
essa è frodata. Mi valgo di questo vocabolo scortese, per dire ben
chiaramente che, quando parlo di diritto comunale, non intendo fare una
vana frase; ma parlare del mio e del tuo. E aggiungo per ultimo,
che anco la nazione è frodata; perché i suoi figli crescono
nell'ignoranza. Questo antico divorzio
fra la casa e il campo fra l'agricoltore e l'agricoltura rende dispendiosa
e vana e pericolosa la custodia; consuma inutilmente anche gli animali;
disordina la concimazione; rende impossibile la stabulazione; è un
insuperabile impedimento ad ogni ben calcolata economia. Se l'abitato d'un comune
giace in luoghi meno opportuni o salubri, perché mai si vorrà vietare a
coloro che hanno le terre più lontane dalle paludi, o più vicine alle
fonti pure, o alle correnti motrici, o alle strade e ai porti, di
trasferirsi colà con tutti i loro diritti, e godervi le loro comunali
libertà? I legislatori, coi loro
pregiudizii intorno ai comuni robusti, faranno più danno che non pensano. E' impossibile
esercitare utilmente i diritti comunali se non entro certi limiti di
spazio, o, per meglio dire, di tempo. Non è la distanza lineare, ma la
distanza praticale, non è la distanza in miglia, ma in ore, che nei
luoghi montuosi posti a diverse altezze o a diversi aspetti, o anche nei
luoghi piani separati da torrenti o paludi o selve senza vie, rende
possibile alle famiglie di prestarsi un'attiva e verace assistenza,
secondo le loro forze e i loro lumi; né vi si richiede tanta sapienza di
magistrati; ma l'abitudine e il buon senso e l'esempio dei vicini e i
buoni regolamenti sono bastevoli; e per chi non fa, vi sono i rirnedìi di
legge. Assegnato che sia questo
raggio di pratica estensìone ad ogni comune, il servizio può egualmente
applicarsi ad una città di centomila abitanti, come ad un centinaio di
famiglie sparse in uno spazio pari. Ma il principio della minima
popolazione spinto dai cervelli burocratici fino alle tremila anime,
contrasta a tutte le ragioni per le quali è istituito il comune. Nelle migliaia di uomini
novelli che dovrebbero contribuire a crescere d'un mezzo milione almeno di
prosperi abitanti la Toscana, d'un milione l'Umbria, d'un milione e mezzo
la Sicilia, di due milioni la Sardegna e via dicendo, non importa con qual
numero si cominci; perocché quelle libere abitazioni sono destinate a
moltiplicarsi e disseminarsi e animare tutta la superficie. La superficie
è un dato certo ed inalterabile; la popolazione può variare e ondeggiare
senza fine. I legislatori che parlano sempre di voler fare l'Italia, non
sanno imparare dagli uccelli che preparano il nido ai futuri. E' bene che siasi
rinunciato almeno in parte all'ingiusto e pernicioso proposito, ch'ebbe
Cavour, di confiscare gli ademprivi ai comuni di Sardegna e fu atto di
giustizia il farne piuttosto un'estesa concessione a nome dell'isola per
procacciarle le ferrovie. Ma con ciò il quesito economico non è ancora
sciolto: e se la legge comunale e la provinciale, e in questo caso anche
la regionale, non vengono coordinate a questo più che arduo fine, le
speranze dei popoli e le oneste aspettative degli imprenditori non saranno
adempíute. Nessuno dei membri di tante Commissioni ha badato che questa
legge comunale è inestricabilmente connessa col destino delle nuove
coltivazioni. Hanno fatto una legge senza pensieri. Ciò premesso, io stimo
che la superficie media dei comune in Lombardia, nella circoscrizione
attuale, dopo il partaggio di Villafranca, essendo (nell'Annuario del
dottor Maestri) di chilometri otto in circa, ossia poco più di due miglia
quadre (2 1/3), è più consentanea al diritto vicinale e al buon senso e
ai bisogni dell'avvenire, che non la superficie media del comune in
Francia. ch'è di 15 chilometri, cioè quasi doppia. Ma in Piemonte,
compresa la Liguria, è di 20 chilometri; nelle provincie napoletane
oltrepassa i 40; in Umbria i 50; in Sardegna i 60; in Romagna e Sicilia i
70; in Toscana, comprese le Maremme, è poco meno di 90! si tratta di
parecchie migliaia, dico migliaia, di comuni nuovi, ai quali è necessario
lasciar modo di formarsi dove potranno e dove vorranno! Altrimenti ogni
legge sarà un flagello. Per
venire ad una conclusione pratica e articolabile, dirò che ogni qualvolta
i possidenti e domiciliati d'una parte del comune, in qualunque numero
siano, trovino utile di stralciare la loro amministrazione municipale, e
farne due o più comuni, ognuno dei quali conservi una superficie continua
di due o tre miglia quadre almeno, lo possano fare, in quanto rimangano
assicurati a ciascuna parte tutti quei servizii che la legge comunale
(voglio dire, un'altra legge comunale radicalmente diversa da questa) avrà
prescritto. Infine,
oso dire che questa suddivisione dei comuni troppo vasti non sarebbe più
d'un mero scioglimento di società per titolo di
mutuo vantaggio; ciò che nessuna legge può in buon diritto
impedire. Basterebbe dunque per questo punto un articolo di legge che
parificasse, mutatis mutandis, la
società comunale a qualunque altra società di beni e di servizi.
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