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Il commento
Culture e autonomie oggi in Italia

di Ettore A. Albertoni

Si è appena conclusa una settimana densa di eventi e di novità politiche rilevanti. Anzitutto, in apertura, il risultato ufficiale ed incontrovertibile della disfatta della offensiva referendaria scatenata per imporre il sistema elettorale maggioritario come una camicia di forza, autoritaria quanto improponibile, al pluralismo culturale, sociale, economico e politico del Paese. Maggioritario quindi come omologazione ed integrazione autoritaria dei cittadini in uno Stato nazionale dirigista ed appiattente, concepito come negazione dei diritti dei popoli, delle comunità e delle persone ad essere rappresentati in modo adeguato e nel rispetto di quella legge fondamentale della democrazia che si chiama garanzia nei confronti di chi dissente e che può essere minoranza sì, ma rispettata.
La cultura totalizzante del cattocomunismo che attualmente sgoverna il Paese è arrivata al massimo del disprezzo per la sovranità popolare e per lo Stato di diritto e dell’arroganza faziosa e partigiana, facendo intervenire addirittura il governo Amato a cambiare le regole elettorali in piena competizione (vedi la cosiddetta “pulitura” delle liste elettorali per i residenti all’estero). Ma il popolo ha capito tutto, in fretta e bene. Tant’è che rispetto al precedente referendum svoltosi sullo stesso tema elettorale e bocciato nel 1999 sul filo di un quorum per pochissimo non raggiunto, i risultati del 21 maggio documentano, invece, non solo il crollo della percentuale generale dei votanti ma, nello specifico del quesito sul maggioritario, la perdita di circa 10 milioni di elettori che un anno fa si erano schierati a favore del maggioritario stesso. La inquietante quanto perdente alleanza tra i principali sconfitti del 16 aprile (i Ds, gli asinelli e i pannellian-boniniani) e ben individuati settori della grande imprenditoria protetta e governativa, sognava una rivincita rispetto al risultato delle recentissime elezioni regionali. Ma soprattutto voleva la formazione di un nuovo e legittimante consenso capace di annullare l’ampio discredito che si è ormai massicciamente radicato in una vastissima parte del Paese (al Nord come al Centro e al Sud) nei confronti di una maggioranza parlamentare che rappresenta solo se stessa e di un governo che non rappresenta davvero nessuno. Il sogno si è trasformato, però, in incubo che cresce giorno dopo giorno anche perché non è stato pagante per i governativi l’apporto dello schieramento della sinistra sindacale, conservatrice, mobilitato accortamente per dire “no” ai cosiddetti referendum sociali e sul lavoro ma in effetti per assicurare con la partecipazione degli aderenti ai sindacati il quorum e, quindi, il buon esito dell’operazione politica maggioritaria, autoritaria e antipopolare.
Fortunatamente moltissimi lavoratori dipendenti e pensionati, che pure appartengono ai sindacati di regime, hanno capito che questi sindacati non difendono ormai più (e da tempo) i loro interessi ma unicamente quelli di una coalizione di potere la cui permanenza al potere significa, però, solo miseria, insicurezza sociale e politica, caduta di spirito di iniziativa con la conseguente mancanza di lavoro e di sviluppo.
Neppure ha giovato all’operazione maggioritaria l’apporto di alcuni ausiliari raccogliticci e trasversali appartenenti a diverse  forze politiche in cerca disperata di visibilità, nonché l’orchestrazione egemonica di autorevoli pareri pro-maggioritario pubblicati sui giornali dei poteri forti. La sconfitta è stata secca e se ci fosse ancora nei governativi un minimo di coscienza e di consapevolezza democratica si sarebbe dovuto procedere immediatamente alle dimissioni del governo e allo scioglimento delle Camere.
Nel silenzio omertoso dei governativi, dei loro sodali sindacali, politici ed intellettuali e della loro stampa di “servizio”, una risposta precisa da parte popolare è venuta, invece, da una importante istituzione di autonomia forte ed autorevole come la regione Lombardia, oggi uno dei più attivi laboratori politici che operano nel Paese. Il presidente Formigoni, ben consapevole della portata riformatrice e modernizzatrice dell’intesa politica con la Lega Nord-Padania, ha chiesto ed ottenuto che la Lega fosse presente nel costituendo nuovo Governo regionale lombardo con due suoi rappresentanti. Ma non solo, mercoledì scorso all’atto dell’insediamento della nuova Giunta che governerà per cinque anni una delle più importanti e produttive regioni del mondo, è stata giurata da tutti i suoi componenti fedeltà alla Lombardia e al suo Popolo, rispetto alla Costituzione e massima dedizione a perseguire esclusivamente l’interesse di tutti i cittadini. Un atto coraggioso quanto dovuto e necessario per ribadire che culture e autonomie che compendiano l’identità lombarda, pluralista e libera, sono la risposta ottimistica e positiva, concreta ed immediata al degrado politico e sociale in cui le forze dominanti hanno sprofondato il Paese.

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