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Il commento
Longobardi, antichi alfieri della nostra libertà

di Ettore A. Albertoni

Solo qualche anno fa nessuno l’avrebbe detto. Da quando il Movimento leghista, padanista e federalista ha iniziato la sua battaglia culturale rivolta a rivedere seriamente la storia politica e sociale del Paese i nostri temi - dapprima sbeffeggiati ed irrisi - sono entrati a fare parte delle migliori e più avanzate ricerche e discussioni politiche. Questo sano e sincero “revisionismo” ha, in primo luogo, investito i problemi politici e costituzionali della riforma dello Stato ed investe ora e sempre più il rapporto tra “locale” e “globale” nella difesa delle libertà e delle identità e nel ridimensionamento della globalizzazione che appiattisce ed uccide popoli e culture. È iniziato da qualche tempo anche il momento del Medioevo e del mondo post-romano. Ne è un esempio clamoroso la Mostra “Il futuro dei Longobardi” che si è inaugurata ieri a Brescia e che propone una occasione eccezionale di rilettura di alcune pagine di storia che non solo sono assai lontane nel tempo ma che sono state piuttosto sommerse da luoghi comuni e da schematismi ormai improponibili alla luce della ricerca più affinata e critica.Di tutto questo ne dà immediata testimonianza lo splendido catalogo della Mostra che compendia e visualizza con i suoi scritti assai stimolanti ed innovativi la volontà degli ideatori ed organizzatori di questo evento di disegnare e spiegare un percorso interpretativo, articolato e problematico su epoche e popoli che troppe volte nel passato remoto e prossimo sono stati considerati attraverso le lenti deformate e deformanti del preconcetto e della ideologia.
Occorre perciò dire, almeno a mio avviso, che questa Mostra è, prima di tutto, un contributo contraddistinto da un inestimabile valore estetico e dalla conseguente enorme emozione che ogni espressione autentica d’arte induce e sviluppa. Mi si conceda di sottolineare con convinzione che questo elemento artistico rende finalmente giustizia a quei nostri antichi progenitori Longobardi giacché dimostra come un piccolo popolo di, forse, centomila persone abbia potuto dal nomadismo originario e guerriero, dalla lotta durissima per la sopravvivenza e la vita, sviluppare un altissimo grado di civiltà che oggi noi stiamo scoprendo ogni giorno di più. Con i Longobardi siamo, infatti, di fronte ad una delle componenti originarie ed imprescindibili di quel processo dell’incivilimento lombardo che inizia nel IV secolo d.C. e che la storiografia più accreditata ed attenta, da Gioacchino Volpe a Giovanni Tabacco, solo per dare due riferimenti contemporanei ma distinti nel tempo e negli intenti della ricerca, sottolinea come autentica frattura e discontinuità tra la storia politica ed istituzionale romano-imperiale e quella medioevale.
Mi compiaccio vivamente con Gian Pietro Brogiolo perché nel suo scritto “I Longobardi tra storia, archeologia e arte” che compare nel Catalogo, ha evidenziato egregiamente questo dato primario e, a mio avviso, assorbente della Mostra. Brogiolo ha, infatti, scritto molto opportunamente che questa Mostra «si inserisce in un dibattito storiografico europeo e italiano che sta portando a un profondo rinnovamento degli studi sull’età di transizione tra il mondo classico e quello medievale». Gli studiosi delle culture e delle civiltà stanno, infatti, riconsiderando con una nuova sensibilità il periodo che vide la fine dell’Impero romano e la nascita di un nuovo Impero, quello Sacro e Romano, caratterizzato dall’alleanza tra il Papato e Carlo Magno. Il dato essenziale che questa Mostra visualizza molto efficacemente è proprio la rivalutazione che Brogiolo indica come «l’impatto dei “barbari” sulle province dell’impero».
Scompare, ed era davvero ora, lo stereotipo accidioso quanto gratuito dei “barbari” come distruttori di una civiltà (quella romano-imperiale) per fare loro assumere, invece, il ruolo più esatto di forze giovani e risolute, capaci di contribuire alla costruzione proprio di quella civiltà lombarda che nei due secoli circa della egemonia dei Longobardi inizia a modellarsi nelle forme che Romagnosi ed il suo più diretto discepolo Carlo Cattaneo hanno studiato e descritto con accenti che ancora oggi parlano alla nostra mente ed al nostro cuore.
Dopo l’arte, la storia. Se mi è consentito un riferimento personale, posso aggiungere che da storico delle dottrine e delle istituzioni politiche ho sempre cercato nei miei lavori più ampi ed organici - come la “Storia delle dottrine Politiche in Italia” Milano, Edizioni di Comunità, 1990, voll. 2 - di rimarcare come la contrapposizione politica, militare e diplomatica tra l’area bizantina e quella longobarda segnasse una frontiera mobile ben lontana dalla asserita contrapposizione tra la “barbarie longobarda” e la “civiltà romana orientale”.
Questa Mostra dimostra, invece, chiaramente come abbia giocato a proposito di questo periodo storico la cruciale dialettica tra “rottura” e “continuità” nei tre passaggi epocali che segnano la nostra storia. Il primo è proprio quello che inizia con i Longobardi nel VI secolo. Ad esso succede la renovatio franca e carolingia, che è fondamentale nella impostazione e negli interessi di questa Mostra, per arrivare all’ultimo e decisivo passaggio che è quello che dal secolo XI realizza la mirabile fioritura della grande civiltà dei Comuni nell’area che possiamo correttamente definire padana-longobardica.
Per stare al tema dei Longobardi non va, infine, mai dimenticato che essi furono anche i portatori di un preciso e fiero costume di libertà che si estrinsecava nella assemblea deliberante e politicamente responsabile degli arimanni, dei liberi e guerrieri, dei liberi e forti. Inoltre Rotari e Liutprando diedero vita a corpi organici di norme giuridiche che superarono nelle nostre terre i limiti circoscritti degli eventi politici tant’è che nella Bergamasca ancora nel XIII secolo ben l’85% della popolazione dichiarava di seguire la legge longobarda.
Infine ci fu nell’organizzazione sociale longobarda la fara, ossia l’aggregazione comunitaria costituita dalle famiglie le quali rappresentano un costante dato di primario valore sociale. Esso ancora oggi vive in una logica di corretta “sussidiarietà” che conferisce e riconosce alla società ed alle istituzioni politiche ruoli distinti e cooperanti. Giustamente Romagnosi nel suo fondamentale scritto “Del Risorgimento e dell’incivilimento italiano” (1829) aveva sottolineato come accanto alla organizzazione della fara fosse stato enorme merito dei Longobardi avere garantito la “conservazione delle Comuni con la loro economica amministrazione”. Una lezione che avevamo capito da tempo e che oggi appare più attuale che mai.

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