PADANIA FREEDOM CAMPAIGN
Associazione Culturale Internet Padano - Pro Lombard
Una politica linguistica per la Padania

 

di Mauro Tosco
da I Quaderni Padani n°14


Nel numero 10 dei Quaderni Padani ben due
articoli hanno affrontato il problema del
rapporto lingua/dialetto: "Identità e tradi-zione"
di Massimo Centini (pp. 32-34) e "Non
dialetti ma lingue" di Carlo Stagnaro (pp. 47-
48). Come linguista ho accolto con gioia la no-vità;
perché "novità"? In fondo, i dialetti, le lin-gue,
ecc. sono quasi una costante dei Quaderni
(basti pensare alla bellissima serie "Il nome ve-ro
dei nostri paesi"). Ma con il numero 10 e con
i due articoli in questione il padanismo ha fatto
- almeno in parte - un salto di qualità: per la
prima volta si è cercato di affrontare il proble-ma
in modo generale, "teorico". A molti non
sarà sfuggito, inoltre, che i due autori hanno
idee diversissime, assolutamente contrastanti
tra loro.
Le riflessioni - anche critiche - che seguono
intendono proseguire nell'analisi del problema,
basandolo su un approccio, se possibile, scienti-ficamente
rigoroso. Non si tratta solo di que-stioni
teoriche: come cercherò di dimostrare,
porre la questione lingua/dialetto su basi cor-rette
significa anche individuare nuove e più si-cure
prospettive di azione culturale - e i Qua-derni
sono qui per questo.
Comincerò con un'analisi dei due articoli.
Quello di Centini si occupa solo in parte di que-stioni
linguistiche; non sono un esperto di tra-dizioni
popolari, o, in genere, di "questioni cul-turali"
e non capisco neppure molto bene che
cosa voglia dire che "la lingua è materia viva",
ecc. ecc..
Devo anche confessare che il "bel tempo anti-co"
mi interessa relativamente poco, e alla mu-sica
tradizionale preferisco il rock'n'roll. Le os-servazioni
etnografiche e sociologiche di Centi-ni
mi sembrano convincenti nella prima parte
del suo articolo ("Da una generazione all'al-tra");
ma mi sento di dover precisare qualcosa
quando si passa a "Lingue, dialetti e identità".
La tesi di fondo dell'autore appare subito
chiara quando dice che "il dialetto […] è spesso
sfruttato come emblema di particolarismi il cui
valore intrinseco appare per molti aspetti, mal
riposto", e poi che "il dialetto è il linguaggio
usato da una comunità presso la quale è in uso
anche una lingua nazionale" (p. 33). Questo è il
punto: Quale è la nostra lingua nazionale? (in
altri termini: quale è la nostra nazione?). Forse
Centini è ancora prigioniero della visione tradi-zionale
dei "dialetti" - visione instillata ad arte
dai nostri dialettologi "di regime" e che eviden-temente
anche molti padanisti fanno fatica a
superare.
Proprio contro questa visione si scaglia Carlo
Stagnaro, il cui breve articolo è tutto segnato
dalla volontà di rivalutazione dei "dialetti": bel-lissimo,
ma anche qui ho qualche perplessità
per quanto riguarda il che fare. Stagnaro in
pratica sostiene che, poiché è "improponibile la
deliziosa utopia di tornare tutti a parlare 'dia-letto'"
ed è certo che "moriremo parlando 'Ita-liano'"
(p. 48), è meglio pensare a "padanizzare"
l'italiano, e avanza una serie di proposte in
realtà anche molto interessanti (come l'aboli-zione
del passato remoto). Non sta qui il punto.
Io non credo che tornare a parlare in "dialetto"
sia una "deliziosa utopia" e che "morirò parlan-do
italiano".
Personalmente, parlo (e leggo e scrivo) il pie-montese,
i miei due figli hanno doppi nomi (in
italiano e in piemontese), uso l'italiano ma, nel
lavoro, mi serve molto di più l'inglese, ecc. ecc.
Ben venga il "padano", ma, come linguista, di
una cosa sono certo: se vogliamo davvero la fine
delle lingue locali (o regionali, o come diavolo
vogliamo chiamarle - perché non semplicemen-te
"lingue nazionali" - cioè lingue delle nazioni
della Padania?) dobbiamo proprio associarle al
mondo agro-pastorale, alle tradizioni, ai prover-bi,
ecc.
In questo modo trasformeremo una lingua in
oggetto di studio (per gli etnografi) e in folklore
(per i più), ma i Lombardi, i Piemontesi, i Vene-ti,
ecc. del 2000 delle rispettive lingue come strumento di comunicazione, giustamente, non
vorranno proprio sentire parlare.
C'è un'altra strada? Credo di sì, anche se non
è una strada facile.
Lingue o dialetti?
Sostanzialmente, e semplificando, si può dire
che il termine "dialetto" (che ha evidentemente
un senso solo se opposto a qualcosa che dialetto
non è, cioè a una "lingua") viene usato in due
significati diametralmente opposti in due disci-pline
diverse e che ben poco hanno a che fare
tra loro; molta confusione, e anche molti falsi
problemi, sorgono proprio dal non tenere di-stinti
i due ambiti. In linguistica (linguistica-e-basta,
non socio-linguistica), cioè nella scienza
che studia la lingua in quanto tale, avulsa di per
sé dal suo contesto sociale e dai suoi parlanti, il
termine dialetto è ben poco adoperato; trova
tuttavia un uso quando si vogliono indicare va-rietà
di una stessa lingua reciprocamente com-prensibili.
Lingue saranno invece varietà reci-procamente
incomprensibili, usando le quali,
cioè, non sia possibile comunicare "normal-mente".
Questa definizione, che può sembrare a
prima vista precisa, pone a sua volta molti pro-blemi:
ad esempio, a quale soglia si stabilisce
dove finisce la comprensione reciproca? Siamo
tutti d'accordo nel dire che il francese è una
lingua diversa dall'italiano, e tuttavia, anche
senza averlo studiato, ci rendiamo conto che
"capiamo di più" un discorso in francese che, ad
esempio, uno in tedesco o in cinese. In genera-le,
i linguisti fissano dei criteri per determinare
la comprensione e si accordano (neanche trop-po)
su una soglia al di sotto della quale stabili-scono,
arbitrariamente, che X ed Y sono due
lingue diverse. Da questo punto di vista, è chia-ro
che il piemontese, o il ligure, o il siciliano (e
molti altri "dialetti") sono senz'altro lingue (al-meno
rispetto all'italiano; più difficile stabilire
se lo sono anche, e sempre, tra di loro).
Ma esiste anche un'altra disciplina, la socio-linguistica,
che è una disciplina sociale: studia
l'uso della lingua nella società, i rapporti tra
lingue, i valori che i parlanti assegnano a tali
lingue, ecc. Da questo punto di vista, un dialet-to
è una varietà linguistica che non ha tutte le
caratteristiche di altre: non è usata in certe oc-casioni
(a scuola, in chiesa, in tribunale), per
certi argomenti (più "alti"), e, in breve, viene
sentita dai parlanti stessi come inferiore ad
un'altra varietà - la lingua, appunto. Da que-sto
punto di vista, è chiaro che le nostre "lin-
gue" non sono lingue, ma dialetti, perché tale li
considerano, nella loro stragrande maggioran-za,
coloro che li parlano (e, vorrei aggiungere,
anche molti padanisti).
Naturalmente, i dialettologi "di regime" han-no
tutto l'interesse a confondere le acque: in
genere, poi, sono dei sociolinguisti, e conside-rano
automaticamente "dialetto" tutto quello
che è sociolinguisticamente un dialetto. Dal lo-ro
punto di vista hanno ragione, naturalmente.
Così capita che Tullio De Mauro, nella sua Sto-ria
linguistica dell'Italia unita (Bari: Laterza:
1970) possa trattare il bergamasco alla pari del
romanesco - facendo finta di ignorare che tra i
due (linguisticamente) c'è una bella differenza,
o semplicemente non curandosene. In questo
modo, i dialettologi di regime danno l'impres-sione
che il quadro sia immutabile: i dialetti so-no
dialetti e basta, hanno un posto nella cultura
contadina, nel sentimento, e…bla bla bla. In
questo modo perdono anche di vista un fatto
molto semplice ma rilevante per il nostro (di
noi Padani) comportamento linguistico: mentre
è relativamente facile passare, ad es., dal roma-nesco
all'italiano (e infatti non è troppo difficile
per nessuno capire certi film neorealisti; che
poi sia anche piacevole è un altro discorso), non
lo è affatto passare, ad esempio, dal piemontese
all'italiano (ma lo stesso discorso vale per molte
varietà padane e non solo): bisogna, ad esempio,
invertire la posizione del negativo (dopo il ver-bo
in piemontese, lombardo, e altre varietà - ma
non in ligure o in veneto - ma prima del verbo
in italiano); bisogna introdurre nuove e diverse
regole morfologiche (personalmente, ho impa-rato
al ginnasio che "i gnocchi" sono "gli gnoc-chi"
e mi capita ancora di avere dei dubbi tra "i
suoceri" e "gli suoceri"…), ecc. ecc. (in un pae-se
più democratico, come la Germania, certe
variazioni sono perfettamente tollerate, da noi
no - ma anche questo è un altro discorso).
Questo forse spiega anche (insieme natural-mente
a molti fatti storici e sociali) perché la
sopravvivenza dei "dialetti" sia migliore nell'Ita-lia
propriamente detta che in Padania - dove co-sta,
letteralmente, più fatica, essendo le due va-rietà
in competizione (l'italiano e la lingua lo-cale)
più diverse tra loro e spesso reciproca-mente
incomprensibili.
Quali prospettive?
Da tutto quanto si è detto derivano almeno
due conseguenze:
1) la presenza di una letteratura, anche antica, non è un requisito né per la definizione lingui-stica
né per quella sociolinguistica di dialetto:
molte lingue extraeuropee sono lingue senza
mai avere avuto una letteratura (almeno scrit-ta),
e senza nemmeno essere mai state scritte o
avere alcun ruolo "ufficiale" (e in questo senso
sono dialetti per la sociolinguistica). D'altra
parte, il provenzale, con tutta la sua antica let-teratura,
da un punto di vista sociolinguistico è
certamente, oggi, un dialetto. Questo va detto
ai tanti che sostengono che, ad esempio, il pie-montese
(in Piemonte l'argomentazione è piut-tosto
diffusa) è una lingua perché abbiamo un
monumento letterario come i "Sermoni subal-pini"
risalenti al XII secolo (un po' prima di
Dante…). Tutto bellissimo, ma intanto per i
Piemontesi il piemontese resta un dialetto.
2) la seconda e più importante conseguenza è
che, mentre in linguistica una lingua o un dia-letto
sono, in via di principio, tali di per sé, in
sociolinguistica quello che era una lingua può
diventare dialetto (come il provenzale), ma
quello che era un dialetto può anche diventare
lingua: il catalano non è più o meno lingua del
veneto o del siciliano (e Stagnaro nel suo arti-colo
ricorda che ad esempio il ligure è "più di-verso"
dall'italiano di quanto lo sia il catalano
dal castigliano); ma beneficia oggi di una situa-zione
sociale e politica favorevole, viene consi-derato
una lingua dai Catalani e dallo stato in
cui vivono, e come tale è diventato automatica-mente
una lingua.
E qui sorge il problema di come modificare lo
stato di cose esistente; ma, poiché si tratta di
un problema sociolinguistico, si tratterà di tra-sformare
un dialetto di oggi in una lingua di
domani. In breve, si tratterà di agire sul senti-mento
dei parlanti (ma anche degli ex- e poten-ziali
parlanti, soprattutto tra le giovani genera-zioni
e nelle aree urbane) per modificare la loro
percezione della lingua locale, la loro "scala di
valori linguistici".
Agire sul fattore culturale, proporre (o impor-re)
il dialetto X nelle scuole, rivalutarne la let-teratura,
ecc. ecc., non sembra abbia molte pos-sibilità
di cambiare l'attuale "scala di valori".
L'esperienza dell'irlandese è in questo senso si-gnificativa:
associato dai parlanti alla propria
secolare povertà, sentito come la lingua delle
zone arretrate del paese, inutile come strumen-to
di promozione sociale ed economica, è diven-tato
sempre più minoritario quanto più lo stato
lo promuoveva culturalmente, lo imponeva nel-le
scuole, rendeva obbligatorio l'esame di irlan-
dese, ecc. ecc. Oggi è parlato da non più del
10% della popolazione della Repubblica d'Irlan-da.
Diverso sarebbe invece agire sul ruolo sociale
ed economico di un dialetto. Ma qui si entra di-rettamente
in un ambito non (solo) culturale,
ma soprattutto politico; si pone cioè il proble-ma
di una "politica linguistica" (espressione po-co
amata in Italia, almeno dopo il fascismo).
Si dovrà ad esempio promuovere l'importanza
di conoscere la lingua locale per accedere a mi-gliori
opportunità di lavoro - che sono poi il ve-ro
motivo per cui si studia, ad esempio, l'ingle-se
(e non per leggere Shakespeare!), e per cui si
tende a estendere, giustamente, l'insegnamento
delle lingue straniere.
Si potrebbe, ad esempio, rendere gradual-mente
necessaria la conoscenza della lingua lo-cale
negli impieghi pubblici, soprattutto laddo-ve
essa è effettivamente parlata. Ma per tutto
questo è chiaro che le competenze delle regioni
italiane sono del tutto insufficienti; di più, non
sembra vi sia oggi una reale volontà sociale -neanche
in Padania - a favore di simili provvedi-menti,
che susciterebbero inevitabilmente aspre
polemiche (pensiamo alle facili accuse di "razzi-smo";
alcuni anni fa, a Torino, in occasione del-la
visita del Papa, un gruppo cattolico stampò e
fece affiggere manifesti di benvenuto in pie-montese;
per la Repubblica si trattò di un epi-sodio
inquietante e a sfondo razzista - io sono
ancora qui ad aspettare che mi spieghino cosa
c'entra il razzismo). Il problema vero non è che
si dovrebbe "imporre" la lingua X nelle scuole
(in fondo, nessuno ci ha mai chiesto se eravamo
d'accordo sull'insegnamento della matematica,
ma io me la sono dovuta sorbire fino a 19 an-ni…).
Il problema è che di per sé questa misura
sarebbe del tutto inutile. Una recente legge del-la
Regione Piemonte (n. 69 del 21 maggio 1997)
stabilisce, tra l'altro, che nelle scuole si possano
facoltativamente effettuare corsi di piemontese
a spese della Regione; molto bello e lodevole,
ma se l'ha fatto una giunta certamente non au-tonomista
vuol dire che gli amministratori san-no
benissimo, molto meglio di molti "piemon-tesisti",
che non servirà a nulla.
Perché gli amministratori italiani hanno ra-gione
ad avere paura di dialetti che diventassero
lingue? Per la semplice ragione che questo
comporterebbe, entro breve tempo, una dimi-nuzione
nella competenza in italiano. Perso-nalmente
la cosa non mi preoccupa neanche un
po', ma è importante avere chiare le conseguenze di una seria politica linguistica. D'altra parte,
gli ultimi dati spagnoli parlano chiaro: a non
molti anni dal riconoscimento del catalano e
del basco (in quest'ultimo caso, preceduto dalla
sua standardizzazione), il livello di conoscenza
del castigliano in Catalonia e nei Paesi Baschi è
diminuito. Centini afferma che "studi in am-bienti
'linguisticamente deprivati' (ad esempio
nei ghetti degli Stati Uniti) hanno dimostrato
che ogni forma di convivenza linguistica è pos-sibile,
anche in aree contrassegnate da identità
culturali specifiche, senza ricorrere all'arma a
doppio taglio dell'etnocentrismo" (p. 34). A par-te
che non capisco bene perché l'etnocentrismo
sia "un'arma a doppio taglio", il problema è un
altro: dobbiamo rifiutare l'impostazione per cui
i "dialetti" hanno a che fare con l'essere "lingui-sticamente
deprivati": io non mi sento affatto
deprivato, e, semmai, vorrei che i deprivati fos-sero
gli italofoni monolingui. Il nostro proble-ma
non è conoscere meglio una lingua "nazio-nale"
in presenza dei dialetti (questo semmai
era un problema - tutto italiano - all'epoca del
fascismo e anche un po' dopo, e sappiamo come
è stato risolto…); il nostro problema è, per dirla
chiara, ridurre gli spazi di competenza di una
lingua (l'italiano) per assegnarli (non tutti e
non tutti in una volta, è evidente) ad altre lin-gue
- i "dialetti". Per questo tutto quello che ab-bassa
il ruolo dell'italiano - al limite, anche a fa-vore
di una lingua straniera - è il benvenuto,
perché riduce un po' l'italiano al rango di "dia-letto",
preparando in questo modo il cambia-mento
nella "scala di valori linguistici".
Che cosa possiamo fare fin d'ora? Per acquisi-re
una diversa percezione della lingua locale, è
necessario aumentare le possibilità di "vederla"
- anzitutto per le strade - e di associarla al mon-do
moderno, non al passato. Dico "vederla" per-ché
nel mondo moderno l'acquisizione e il ruo-lo
delle lingue è molto più associato a un fatto
visivo che auditivo. Mio figlio ha imparato la
parola "ornitorinco" senza mai averne visto uno
(finche non è stato al museo di storia naturale),
ma semplicemente leggendola. Ma se io voglio
insegnargli a parlare piemontese non ho gli
strumenti (giornali, fumetti, televisione) per
farlo: i "dialetti" non si "vedono" - quindi non
esistono.
Almeno dove esiste una koinè scritta stabiliz-zata
(Piemonte, Friuli, in parte il Veneto) - si
apre, naturalmente, un ambito di lavoro enor-me
nella toponomastica (aspettando di poter af-frontare
un giorno anche l'onomastica - riap-propriandoci
dei nostri nomi e cognomi; e qui
Stagnaro ha perfettamente ragione). Si dovreb-bero
anche invitare gli amministratori più sen-sibili
a utilizzare le lingue locali negli atti pub-blici
(lo si può fare anche oggi, ferma restando
la validità legale del testo in italiano; lo statuto
della Città di Torino è stato pubblicato anche in
piemontese, e non certo da una giunta leghi-sta).
Stagnaro si chiede cosa succederebbe se
un parlamentare genovese facesse un interven-to
in ligure. Di nuovo, questo è già possibile in
alcune situazioni a livello locale (con l'obbligo
di depositare il testo dell'intervento in italiano).
L'azione degli amministratori autonomisti e
leghisti in questo campo è senz'altro importan-te;
ma, secondo me, è qualcosa di ancora troppo
"ufficiale": tutti sappiamo bene che un avviso
pubblico viene "visto" di meno della pubblicità
privata (che si presenta anche meglio, tra l'al-tro,
ed è spesso molto più interessante). Gli am-ministratori
dovrebbero piuttosto studiare la
possibilità di incentivare - ad esempio con sgra-vi
sull'imposta di affissione - la pubblicità nelle
lingue locali (naturalmente, sembra sia vietato
dalla legge; guarda caso non è vietato fare corsi
di dialetto e scrivere poesie…). Forse, vederli
usati per reclamizzare un dentifricio o una
marca di magliette servirebbe a trasformare i
"dialetti" in "lingue" - in strumenti linguistici
moderni, vivi - più che cento concorsi di poesia
dialettale e tanti bei discorsi sulla civiltà conta-dina.
Ma soprattutto, almeno tra di noi, dovremmo
smetterla di parlare di "dialetti".


 

Sommario

© Angiol Verones 2001